>>Oh moon of Alabama, por Franco Berardi

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Fonte: Rekombinant

Oh moon of Alabama
it’s time to say goodbye
we’ve lost our old good mama
and now we must have some whiskey
oh you know why…..

Un anno fa sono stato in Argentina. Partivo da un’Italia cupa rabbiosa e triste com’è adesso. A Roma un uomo di etnia rom aveva ucciso Giovanna Reggiani e il liquame razzista si spargeva nella psiche della penisola. Non ha smesso da allora di tracimare. Ero talmente assorbito dalla tragedia italiana che non avevo pensato a quel che avrei trovato di là. La mattina del due novembre (il giorno del mio compleanno) sbarcai all’aereoporto di Ezeze. C’erano Diego e Mario ad aspettarmi, ci abbracciammo e andammo a festeggiare il compleanno con un cappuccino. C’era il sole, e la gente sulla piazzetta del mercato comprava paccottiglie da pochi pesos.

Poi cominciarono gli incontri, le conferenze. Un’onda di allegria cui non ero più abituato mi colpiva in piena faccia dovunque andassi. Non si trattava del calore meridionale dei sudamericani, perché gli argentini sono più nordici degli italiani. Sono gente puntuale, competente, per molti aspetti mitteleuropea. Il calore umano e l’intelligenza allegra del collettivo sostituirono in fretta nel mio panorama interiore il razzismo rabbioso e la melmosa imbecillità degli italiani che avevo appena lasciato dietro di me. Nel pomeriggio del primo giorno andammo alla scuola Crecendo juntos. Presentavo un mio libro che parla di psicoanalisi, di filosofia e di politica davanti a un pubblico numerosissimo di insegnanti, genitori, ragazzi, psicoterapeuti, persone del quartiere. Gli interventi erano tutti documentati, profondi, e la sensazione che provai fu che in quel posto la gente prendeva sul serio le parole. Cosa che in Italia non accade più da molti anni, da quando l’insalata di ammiccamenti, volgarità, aggressioni, stridii ed urla ha trasformato la comunicazione sociale in una specie di rumore bianco. Nei giorni successivi macinai incontri conferenze dibattiti assemblee, chiacchierate. Conobbi gli erroristas, il gruppo più interessante della scena artistica contemporanea. Dovunque si ripeteva quel miracolo: le parole avevano senso. Le persone avevano tempo per parlarsi, per ascoltarsi, per farsi domande, per sorridersi. All’Hotel Bauen (un albergo quattro stelle occupato dai lavoratori) partecipai a un incontro affollatissimo dedicato al tema: la crisi del lavoro astratto. Parlavano John Hallloway e Raul Zibechi. Notai che la parola “duemilaeuno” non significava, come da noi, l’anno dell’inizio della guerra, ma l’anno del collasso e dell’insurrezione. Zibechi parlò, in quell’occasione, di solidarietà di naufraghi. Finalmente cominciavo a capire. Certo. Come potevo non averci pensato. L’Argentina aveva conosciuto il collasso dell’economia e ne era uscita migliore perché si erano create le condizioni per vivere fuori dalle leggi dello scambio e della prestazione.

Alcuni da qualche tempo mi prendono in giro chiamandomi “catastrofista” con un po’ di irrisione. Un vecchio amico al quale sono affezionato se non altro perché è stato il primo dei miei maestri mi ha chiesto recentemente perché non mi suicido visto che rompo tanto le palle con questa catastrofe che deve venire. Non me ne sono avuto certo a male, perché mi piace l’ironia macabra, ma un po’ mi è dispiaciuto perché l’idea che se parlo tanto di catastrofe allora debbo esser terribilmente depresso dovrebbe venire soltanto a persone di scarso spirito. E i miei amici dovrebbero essere persone di spirito, almeno pensavo così.

Tra agosto e ottobre 2008 si è compiuta una svolta catastrofica in senso proprio. Una svolta oltre la quale diviene possibile vedere un panorama del tutto nuovo. Il deprimente dominio dello schiavismo cellulare è andato in pezzi. Ora inizia il lavoro della creatività ricombinante per dar forma a un processo di ricomposizione soggettiva, niente affatto scontato né certo. Al contrario.
Al momento tutto sembra mostrare che questo collasso – la cui magnitudo non è inferiore a quella del 1914-1919, o del 1929-39, o del 1968-77, o del 1989 – questo collasso destabilizza ma non soggettivizza. Il prossimo decennio avrà caratteri immensamente diversi da tutto quel che abbiamo visto prima. Ma quale sarà il colore e il sapore del decennio a venire non è detto. Prevarrà una coscienza leggera, prevarrà un’idea della ricchezza non acquisitiva, prevarrà l’autonomia dal bisogno, oppure prevarrà l’ansia securitaria, l’aggressività di chi non vuol rinunciare al possesso, il fascismo che piazza macchine da guerra in ogni nicchia? Dipende dall’azione culturale, linguistica, politica, che sapremo sviluppare ma anche dalle condizioni oggettive del cervello sociale. Si tratta di due questioni separate che nella pratica si intersecheranno. Che ne è del cervello sociale delle generazioni emergenti?

Il dominio mediatico sulla generazione connettiva ha interferito con le condizioni cognitive della coscienza empatica, e della creatività. Questo è prima di tutto un problema per il capitale. Mi pare che non si intravveda una generazione di ricambio. La classe dirigente dell’economia e della finanza non ha prodotto una generazione di ricambio. Guardateli i trentenni della finanza, bruciati prima ancora di raggiungere una posizione di comando. Il cinismo non è un buon viatico per nessuno, neppure per chi intenda maneggiare danaro e potere. Occorre crederci, almeno per un po’. Costoro sono cresciuti sapendo che è meglio non credere a niente, per compiacere ai semio-padroni. Ora non sono in grado di inventare nulla di originale. Per questo io credo che non ci sarà ripresa economica, né presto né più tardi. Non tanto perché la caduta è grave e profonda, ma perché il ciclo capitalista che sta alle nostre spalle ha programmaticamente distrutto il futuro, o piuttosto lo ha speso, consumato. La finanziarizzazione cominciò la sua folle corsa quando, a metà degli anni ’80 entrarono in campo i “futures”, azioni che corisspondevano ad attese, a supposizioni. L’intero edificio della new economy fu costruito su una dinamica di fuga da se stessi. La creatività della classe virtuale è creatività contestualizzata. Sono animali capaci di inventare nuove tecniche per ottenere sempre lo stesso obiettivo, dentro un contesto immutabile. Ma ora quel che cambia è il contesto, e occorre inventare nuovi obiettivi.

Bateson parla in proposito di Apprendimento del terzo tipo: “un cambiamento correttivo nel sistema degli insiemi di alternative tra le quali si effettua la scelta.” (Verso un’ecologia della mente, Alephi, pag. 319). Io lo chiamerei “apprendimento catastrofico”.

La classe creativa avendo trasformato la creatività in lavoro, ha perduto propriamente la capacità di creare contesto. Possiede la capacità di creare entro un contesto dato (apprendimento del primo e secondo tipo), ma ha perduto la capacità cognitiva di compiere un cambiamento correttivo nel sistema degli insiemi di alternative tra le quali si effettua la scelta. Per questo il capitalismo è finito. Pour de bon. Il che non vuol dire che inizia qualcosa di migliore, perché questo dipende dal fatto che emergano energie creative capaci di apprendimento catastrofico.

L’intervento che mi ha più colpito al seminario Uninomade del 12-13 settembre è stato quello di Tiziana Terranova, che ha analizzato la crisi finanziaria dal punto di vista della soggettività degli operatori cognitario-finanziari, o più precisamente dal punto di vista della loro psicopatologia. Sull’Herald International Tribune del 7 ottobre leggo un articolo di David Brooks (Testing time) che osserva come “il processo decisionale degli operatori finanziari è essenzialmente un processo emozionale, e coloro che trattano enormi somme tendono ad essere bipolari maniaco-depressivi.” Sul Corriere della sera dello stesso giorno Massimo Goggi parla dello stesso tema, citando Kahneman e Soros. La depressione è nel cuore.

Nel prossimo periodo, se troveremo il tempo e la voglia, dovremo studiare il rapporto fra cicli economici e disturbo maniaco-depressivo nel passato trentennio del semiocapitalismo. Ma soprattutto dovremo cercare le nuove energie capaci di apprendimento catastrofico.

Mi guardo intorno, prima di tutto guardo la comunità ricombinante, non perché sia lo specchio del mondo (non lo è, purtroppo. Il mondo sarebbe molto migliore se RK ne fosse lo specchio), ma perché è parte cosciente della generazione che si è formata negli anni della virtual economy e negli anni del movimento globale. E’ la componente autonoma della generazione Internet, generazione Genova diciamo. Penso com’è cambiata la comunità ricombinante da quando nacque, nell’estate del NO-OCSE, fino a questa estate cupa della catastrofe. Vedo che la comunità aumenta ogni giorno. Osservo il contatore dei subscriber e vedo che ogni giorno si aggiungono tre quattro cinque iscritti. Silenziosi. Cosa ci vengono a fare? Quale richiamo li attira?

Questa è una vecchia mailinglist del Web01, non c’è molto da divertirsi. E’ un luogo che nacque per preparare l’insurrezione. E l’insurrezione oggi è all’ordine del giorno. Non quella antica che si faceva con le carabine e i cocktail molotov. Quella postmodern delle competenze e dei progetti, dell’autonomia esistenziale che si fa corpo collettivo. Ma ne sono oggi capaci i ricombinanti?
Li conosco poco, visto che stanno così silenziosi, ma attendo l’emergere di una nuova generazione di insorti, una generazione che non ha sperato alcun futuro, e dunque non ha illusioni né paure.

 

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